Zughy scrive cose

Di scuole, guerre e bombe

Con la chiusura l’anno scorso dell'agenzia statunitense per gli aiuti umanitari USAID, si stima che il governo statunitense abbia condannato a morte certa milioni di persone nei paesi più bisognosi: medicine, cibo, acqua, vaccini, istruzione, campagne di sensibilizzazione; tutto (o quasi) svanito nel nulla. Nel video realizzato dal programma Last Week Tonight sul tema, vengono raffigurati i principali artefici di questo taglio esultare del loro traguardo (tra cui l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk). Il livello di immoralità a cui si assiste è difficile da descrivere: si spazia da gente che ha passato anni della sua vita a dipingere l'USAID come un'organizzazione terroristica, ad altra che, come un bimbo la mattina di Natale, non sta più nella pelle mentre filma la sede centrale impachettatta perché ha cessato di esistere.

Mentre il governo statunitense è impegnato a esultare per i suoi successi e per i soldi che ha fatto risparmiare chiudendo l’agenzia (si stimano 30 miliardi di dollari risparmiati; Elon Musk di miliardi ne possiede 800), gli schermi si riempiono di un’altra notizia: 28 febbraio, attacco all’Iran. Guerra. Anche qui vengono fatti i calcoli: da fonti del Pentagono riportate dal New York Times, i primi sei giorni di guerra sono costati più di 11 miliardi di dollari. Siamo al quattordicesimo giorno, e mentre Trump fa fluttuare il prezzo del greggio a seconda dell’affermazione del momento, i morti civili vengono stimati a 10 mila. Ieri sera arriva poi la conferma: a bombardare una scuola iraniana non è stato Israele né l’Iran. Era un missile tomahawk, in dotazione solamente alle forze statunitensi. 180 le bambine uccise. Qualche giorno prima, il presidente Trump additava l’Iran.

Mentre rifletto stamattina, il segretario alla guerra Pete Hegseth si congratula per aver schiacciato il nemico. La TV trasmette tutto l’intervento, in traduzione simultanea, quasi fosse un suo organo di propaganda. L’uomo suggerisce ai giornalisti cosa scrivere, attacca la CNN, elogia la nazione, cita Dio, un Gott mit uns riaffiora nella testa. E mi ritrovo qui, a scrivere, per non lasciare che questo diventi la normalità. Mi sovviene di aver quasi dimenticato i video dei bombardamenti con la macarena in sottofondo, pubblicati dalla Casa Bianca solo qualche giorno prima. O i video prodotti con l’IA che mostrano Gaza tramutata in una riviera, pubblicati dal presidente degli Stati Uniti. Temo che scorderò anche il servizio di Last Week Tonight sull’USAID se non compio uno sforzo, perché domani potrà esserci una nuova catastrofe, un nuovo colpo basso per ipernormalizzare l’abisso umano che ultimamente mi circonda.

Lavoro a scuola, come insegnante. Oggi Dhatri (nome di fantasia), una bimba indiana di terza elementare, si sforzava di leggere il compito per casa: descrivi il tuo fine settimana in inglese. Dhatri ha una voce tenera, una voglia di imparare tanto grande ed è dolcemente impacciata. Mi commuovo un po’ a vederla seguire col dito il testo mentre racconta delle cose belle che ha fatto, assorta in una buffa espressione. Poi un’interferenza nella testa prende il sopravvento: le bombe, le scuole, le bambine, le urla e il dolore dei genitori. Mi pietrifico per un istante. Dhatri è davanti a me che legge concentrata e vorrei abbracciarla come per proteggerla dal male del mondo. Sto fermo, continuo a fare il mio lavoro.

Dhatri questo fine settimana è andata al parco per giocare con i suoi amici, ha mangiato la pizza ed è stata con la sua famiglia. Ha cenato, si è messa il pigiama ed è andata a letto, pronta per tornare a scuola, dove avrebbe trovato i suoi compagni e compagne. Per 180 bambine questo fine settimana è invece stato l’ultimo, ree di essere nate nell’interesse geopoltico di un governo genocida e del suo maggiore alleato. Nessuno si scusa, a nessuno dei potenti sembra davvero importare. Il perverso onanismo dato dal sangue sembra essere più interessante per Hegseth. Dhatri finisce di leggere, si guarda un attimo attorno. Poi scuote la tensione come un cane scuote il pelo fuori dall’acqua e, semplicemente, sorride di tutto cuore.

Finita la giornata di lavoro continuo a riflettere tra una frivolezza e l’altra. Arrivo in stazione, il teleschermo recita: “Ok all’uso di basi”. Penso, questa gente non ha capito nulla; poi penso che non abbia capito nulla io di geopolitica, di accordi bilaterali, alleanze, sostegno. Ripenso al diritto internazionale, a quello calpestato e che “vale fino a un certo punto”; torno a pensare che quelli folli siano loro. A scuola creiamo tanti bei mondi possibili. Per i corridoi ci sono cartelloni colorati sull’amicizia, sui cibi sani, sulle vittime dell’Olocausto che recitano “mai più”. Mi domando con quale coerenza dovremmo un giorno spiegare l’incoerenza delle nostre azioni, la brutalità di certi uomini. Il silenzio assenso, i corpi sotto le bombe. Con quale coraggio decidiamo di strappare la vita a bambini e bambine: 180 qui, 20 mila a Gaza. Non so neanche quantificare tale numero, è solo un’astrazione nella mia testa che ha bisogno di testi e immagini per diventare più reale. Con quale coraggio festeggiamo per aver staccato la spina a un’agenzia che salvava milioni di vite, dimostrando però che i soldi per uccidere non mancano. Soldi che si sarebbero potuti impiegare per misure non belligeranti volte a esercitare pressioni esterne, se davvero si fosse voluto liberare una popolazione dal regime. In Iran come in Venezuela. Ma è chiaro che a queste persone del bene della popolazione non importi nulla. Non di loro, non di Dhatri che impara, non di un’anima.

Vorrei forse scrivere di più, rigurgitare sensatamente l’orrore attorno a me; ma tra poco sarò a casa, il mio tempo è limitato, e non posso vorticare così per troppo tempo. Spero di non incontrare nuove brutte notizie stasera. Nel frattempo, continuerò a fare quello che l’articolo 11 della Costituzione, nonché il buonsenso, mi suggerisce: ripudiare la guerra.